MESSAGGIO DEL PRIORE DIEGO IN OCCASIONE DEL SANTO NATALE 2011 a.D.

Carissimi fratelli e membri del Principato,

il Natale si avvicina e tutti cominciano a sentirlo. La gente nelle strade è tutta occupata a preparasi per questa festa. Ma che cosa vuole dire esattamente festeggiare il Natale? Che si sta a casa e finalmente ci si riposa un poco dopo giornate di acquisti frenetici? Che si riceveranno tanti regali? Che mangeremo il panettone con lo spumante? Ma il Natale, non è una delle grandi feste religiose della cristianità? Oggi il Natale che vediamo proposto alla televisione, nei centri commerciali, nelle vetrine illuminate ha perso la sua peculiarità di ricorrenza religiosa cristiana. E’ un fritto misto dove dentro ci sta Gesù bambino, Babbo Natale, la Befana. Questa trasformazione è potuta avvenire perché nella società consumistica occidentale la simbologia del Natale è oggi connessa solo allo scambio dei regali perdendo così il significato originario cristiano : la nascita di Gesù come speranza per il mondo. La recente e progressiva commercializzazione e la strisciante laicizzazione della festa cristiana più sentita, ha certamente contribuito a fare del Natale una festa globalizzata, transnazionale; oggi il Natale è festeggiato un po’ dovunque e come tale anche dai “non cristiani” di aree remote. Oggi il “Merry Xmas” è scambiato da soggetti di culture lontane che spesso non ne conoscono il significato reale. .

In realtà la festa che i Cristiani tengono in questo periodo dell’anno corrisponde al solstizio di inverno. Si tratta di una festa preesistente sia nella cultura ebraica che nella cultura pagana di Roma. Per gli ebrei si tratta della festa di Hanukkah, conosciuta anche come la Festa delle Luci. Questa festività è stata introdotta nel II° secolo AC, in occasione della dedica del (secondo) Tempio di Gerusalemme avvenuta ai tempi della rivolta dei Maccabei. Per i pagani dell’antica Roma la festività di questo periodo dell’anno prendeva il nome di festa del “Sole invitto”. Il significato antico e generico di speranza connesso alla ciclicità del sole viene assorbito ed elaborato dalla chiesa cristiana delle origini con nuovi significati. Così come il sole, il quale fin da ora riprenderà progressivamente ad illuminare le nostre campagne ed a fare si che la terra possa donarci nuovi frutti, proprio nel periodo di massima oscurità nasce il Salvatore, colui che darà nuova luce e nuove speranze al mondo. E’ proprio nel periodo di oscurità massima che nasce il Vangelo di Cristo.

Questo evento storico, religioso, spirituale di una portata così notevole che dopo oltre due millenni se ne continua a parlare, avviene nella totale indifferenza, nell’assoluto anonimato, in un ambiente decisamente modesto. Gesù nasce in condizioni misere, nel freddo di una grotta. A riscaldarlo, oltre il calore di un asino e di un bue, solo le amorevoli braccia di una madre dolcissima e di un padre premuroso. Ma il Natale è festa solo per i Cristiani od è festa per tutti? Se andiamo alle origini vediamo che il messaggio del Natale si rivolge a tutti. Essa non contiene elementi iniziatici, incomprensibili né inspiegabili: c’è un bambino che nasce in una famiglia povera arrecando una gioia immensa, ci sono i pastori. Di misteriosa c’è solo la presenza di tre personaggi (i re magi) arrivati da lontano, seguendo una cometa. Essi testimoniano come i saggi di diverse culture indo europee, nordafricane ed arabe sapessero già da tempo di questa nascita, a lungo attesa.

Gesù manifesterà da subito profonda saggezza, grande cuore, una reale capacità di ascoltare e di perdonare. Condurrà una vita umile, semplice, come carpentiere. Egli riuscirà a dire cose estremamente importanti con grande semplicità. Non viaggerà molto, non scriverà nulla. Con la sola parola sarà in grado di fare cambiare il cammino ed il destino di molti. Questo uomo magro, ascetico, che conduce una vita frugale, ad un certo punto ci mostrerà di essere dotato della capacità di interrompere la legge naturale. Per questo  sarà riconosciuto e chiamato Figlio di Dio.

Prima di Natale non è raro sentire la gente augurarsi: Buon Natale! Ed allora chiediamocelo: che cosa vuol dire Buon Natale. Per chi questo Natale sarà gioioso? Lo sarà solo per coloro che riceveranno una pelliccia di visone? O una borsa firmata? Forse lo sarà per coloro che trascorreranno la festa alle Maldive? E che dire invece di coloro che sono stati appena licenziati? E dei pensionati che vivono nei sottotetti con un litro di latte al giorno? E di coloro che sono in un letto da anni? Che Natale faranno costoro?

Il Natale non dipende da tutto ciò. Questo giorno potrà essere di festa e di gioia solo per coloro che lo vivono come festa interiore, intima. Bisogna essere fermamente convinti che vivere un Buon Natale significa entrare in uno stato d’animo il quale non dipende da fatti esterni. La sua riuscita non è legata alle dimensioni dell’albero, né alla quantità di palline o al loro maggiore o minore luccichio. Né al valore dei doni che probabilmente faremo e riceveremo. Quando ci si augura Buona Natale, nel linguaggio dell’uomo della strada, ci si augura di fare un cenone o un grande pranzo con i parenti, con tanto di panettone e spumante. Non c’è certo da vergognarci delle nostre vecchie tradizioni famigliari: non certo per avere trascorso un giorno in famiglia tutti assieme. Ma il Natale non è questo. Non è solo questo.

Sono ben altre le cose che devono farci riflettere. La gioia del Natale la provano solo coloro che sono in grado di guardare la realtà con gli occhi grandi, buoni ed innocenti di un bambino. Possedere lo spirito del Natale vuole dire difendere e proteggere la speranza di allontanare il male dalla nostra società. Speranza di rinascere a Natale come uomini nuovi, migliori, più buoni.

La gioia del Natale la si può provare. Bisogna però sapere interrompere gli egoismi. Quando non si dimenticano le sofferenze, le miserie e gli stenti dei tanti, quando si manifesta solidarietà. Non nascondiamoci dietro il paravento dell’egoismo, dell’indifferenza, dell’aridità. Andiamo a trovare un infermo allettato in ospedale, ricordiamoci della sofferenza di chi è lontano dalla propria terra, dai propri cari, di coloro che trascorreranno il Natale nei campi profughi, nelle prigioni. Anche se colpevoli, sono Uomini. Non dimentichiamoci degli altri, non continuiamo a fare finta di non vedere le solitudini a noi vicine.

Il Natale è la festa della speranza, è la festa dei sogni che si possono avverare, col nostro impegno. Il Natale ci dice che si può amare davvero, che Cristiani, Ebrei e Mussulmani possono andare d’accordo, che i bambini possono andare a scuola e giocare invece di essere sfruttati. Il Natale ci dice che ogni soggetto, di qualsiasi razza o colore o cultura o religione è portatore di valori.

Vivere il Natale significa essere profondamente certi che la vita è un dono e non spazzatura e che essa non può essere basata solo su sciocche trasmissioni televisive, su facezie, stupidaggini. Il Natale non lo si fa. Lo si vive. Per viverlo bisogna sentire l’esigenza di essere noi stessi i portatori di quella luce nata in una grotta duemila anni fa. Quando saremo capaci di amare, di impostare relazioni autentiche, di dare un senso alla nostra vita, allora anche noi diventeremo faro nella notte.

Se Dio è venuto, come è venuto, nel mondo incarnandosi nella carne di Gesù al fine di salvare l’umanità, senza eccezzioni, il Natale religioso non è solo festa per i Cristiani. Se Cristo è la speranza per un mondo diverso, migliore, se Gesù è nato per insegnarci ad amare il nostro prossimo e per ridare un senso pieno alla fatica di vivere, allora il Natale è una gioia per tutti. Sia lodato Gesù Cristo.

Fratello Diego

Testis sum Agni.