Lullo, un filosofo tra cavalieri e un soggiorno partenopeo. [recensione da ‘IL MATTINO’ di NAPOLI del 24-10-2021 di Massimo Novelli]

Llibre de l’Orde de Cavalleria - copertina

Raimondo Lullo – Il Libro dell’Ordine della Cavalleria – ArabaFenice – €18 – 176 pagine.

Quando Raimondo Lullo (Palma di Maiorca, 1232-1315), in catalano Ramon Llull, si recò a Napoli, rimanendovi tra i primi mesi e il luglio del 1294. aveva già scritto il Libre de l’Orde de Cavalleria (il Libro dell’Ordine della Cavalleria). Composto fra il 1274 e il 1276, il piccolo trattato etico-allegorico sulla cavalleria del filosofo, logico, mistico e missionario maiorchino, fatto beato da papa Pio IX a metà del 1800, sarebbe diventato, come ricorda lo storico Franco Cardini, «un livre de chevet per tutta la nobiltà europea anche moderna», soprattutto dopo l’edizione a stampa in inglese di William Caxton nel 1484.

Circolava anche a Napoli quello scritto, che Lullo aveva voluto redigere con lo scopo di riportare la cavalleria militare nell’alveo degli ideali cristiani, che si erano assai terrenamente offuscati e «imborghesiti» nel corso del secolo XIII. Sul finire del secolo, infatti, con l’irrompere sulla scena del mondo della borghesia, fatta di mercanti e di banchieri, di notai, accedere alla cavalleria, inizialmente solo nobile, significava un riconoscimento sociale e politico, un blasone, uno status. Diventare cavaliere, per i borghesi, diventava possibile vista la loro disponibilità finanziaria che consentiva di equipaggiarsi.

NELLA CAPITALE ANGIOINA

Nel suo soggiorno a Napoli, capitale angioina, osserva Michele Rinaldi nello studio ‘Sulle tracce di una leggenda: Raimondo Lullo e le tradizioni mediche e scientifiche del Regno di Napoli’ Lullo però si occupò di altro. Completò opere come la Tabula generalis, il Liber de sexto sensu, i Flores amoris et intelligentiae, la Disputatio quinque hominum sapientium, la Petitio Raimundi pro conversione infidelium ad Coelestinum V papam, e lavorò al trattato medico-farmacologico De levitate et ponderositate elementorum.

Ciò che però gli diede maggiore fama mondana, cioè nelle principali corti europee, fu il libretto cavalleresco, redatto in catalano perché i nobili cavalieri ai quali si rivolgeva, in particolare in Spagna e nella Francia del Sud, non conoscevano il latino. Cavalieri che per Lullo non dovevano essere, come per Bernardo di Chiaravalle, monaci guerrieri, ma uomini (nobili) inseriti nella vita quotidiana, dunque secolarizzati.

A distanza di quasi vent’anni alla prima traduzione in italiano dell’ispanista Giovanni Allegra, che fu edita da Arktos, è arrivata nelle librerie una nuova versione del Libro d’Ordine della Cavalleria. Il testo in cui Lullo proponeva una vera riforma della cavalleria, basata ovviamente sulla fedeltà ai re, sulla difesa della fede e sul rispetto dei deboli e dei poveri, è stato pubblicato da Araba Fenice (pagine 176, € 18) nella versione italiana, con a fronte quella originale catalana, che è stata curata da Diego Beltrutti di San Biagio (e con una nota introduttiva di Emilio Petrini Mansi della Fontanazza).

L’ARMAMENTO DEL CAVALIERE

Non soltanto agli appassionati del Medioevo e di ideali cavallereschi. o di nostalgici aristocratici, è consigliata la lettura oggi del testo di Raimondo Lullo, con le sue affascinanti allegorie sull’armamento del

Raimondo Lullo (1232 – 1315)

cavaliere (la spada è la croce, la lancia è la verità, il cavallo è la nobiltà d’animo, ecc.), il suo senso dell’onore, il disprezzo per l’accidia, l’ira, l’invidia, la superbia. Come suggerisce non a torto il prefatore Petrini Mansi della Fontanazza, Il cavaliere di Lullo ai giorni nostri si batterebbe per una rinascita non solo economica della società, ma «etica e morale».

di Massimo Novelli