Con una certa frequenza vediamo inviati di rotocalchi, giornalisti di trasmissioni televisive, occuparsi del Principato di Seborga. Solitamente i servizi iniziano con l’arrivo di fotografi, giornalisti, youtuber, i quali ritraggono figuranti vestiti in abiti variopinti. Si arriva poi all’intervista della Principessa Nina (al secolo la signora Nina Döbler).

Seborga viene definita come “un sogno, un’avventura fantastica, un comune italiano con una propensione verso l’aspetto culturale e folkloristico”.

Si parte da un accenno storico minimale per giungere poi a sottolineare come il principato abbia oggi uno scopo ed un’identità culturale, turistica, folkloristica.

La Principessa ci tiene a sottolineare come Seborga sia un “Principato elettivo” e come lei sia stata votata da una parte dei 280 abitanti. Il tono delle interviste è sempre in stile goliardico per cui tutto risulta spiritoso, ironico, divertente.

Nessuno si chiede: Perché il Principato venne costituito? come mai c’è una principessa e non un principe? Quando Seborga è diventata un “Principato elettivo”? 

I reportage su Seborga molto spesso terminano con l’elogio del coniglio (ricetta tipica seborghina), con un plauso al tartufo nero, al Rossese, all’olio extravergine di olive taggiasche, …

Ciò di cui non si parla è dell’esistenza di un  “Principato ombra” e del Priorato dei Cavalieri Bianchi.

Probabilmente si ritiene che il Principe Diego (al secolo dott. Beltrutti di San Biagio) faccia meno audience anche se avrebbe molte cose da dire sul Principato e sulle ragioni della costituzione del “Principato ombra” di cui oggi è a capo. Certamente i discorsi sarebbero più seri, più imperniati su fatti veri e non su una storia romanzata.

Il Principato di Seborga  continua ad operare al di là dei clamori mediatici, dei rotocalchi, delle interviste, dei racconti fantasiosi. L’intervento dei mass media pare finalizzato più per cogliere un aspetto ludico, carnascialesco, che per affrontare realmente le ragioni per cui nel 954 d.C. il Conte Guido di Ventimiglia donò questo piccolo territorio e la sovranità ai monaci benedettini.