Nell’anno 961 d.C., la regione nord occidentale dell’Italia viene divisa in tre Marche. Le marche erano territori di confine che venivano affidati al controllo di un vassallo del re o dell’imperatore, definito Marchese.
Le contee di Albenga e Ventimiglia, assieme a quella di Bredulo (Mondovì), di Auriate (Cuneo e Saluzzo) e di Torino facevano parte della marca di Torino. Questi territori e i loro signori erano tenuti a rispettare il vassallaggio verso Berengario II di Ivrea, re d’Italia.
Nel momento in cui Guido di Ventimiglia dona il Castrum Sepulchri o Castrum de Sepulchro all’abate pro tempore del monastero di Sant’Onorato di Lerino, lo stesso viene investito del titolo nobiliare, dei diritti e dei doveri connessi al titolo ricevuto. Infatti mentre il conte Guido dona al monastero alcune proprietà (terreni, mulini, abitazioni, ecc. siti nel territorio ventimigliese) egli dona anche la piena sovranità sul territorio di Castrum Sepulchri, “cum mero et libero imperio”.
Sovranità e proprietà non sono diritti equivalenti. La proprietà prevede la disponibilità del bene (ad esempio la disponibilità di alienare il bene). La sovranità comprende invece i diritti del Signore, del titolare del Feudo i quali stanno al di sopra dei diritti di proprietà.
In sostanza, i monaci ricevono in dono, dal principe Guido di Ventimiglia, diverse proprietà situate per lo più nel territorio di Ventimiglia. A Seborga il monastero di Lerino non riceve proprietà, le quali restano nelle disponibilità dei Seborghini. L’abate riceve invece la signoria, la sovranità, “il banco della giustizia civile e criminale e con misto e mero imperio, potestà delle armi…”.