SEBORGA: LA SUCCESSIONE DI GIORGIO I E LA CONTINUITÀ DELL’ORDINE

Analizzando gli scritti e gli interventi del professor Diego Beltrutti di San Biagio, e in particolare la sua opera Seborga e il Cavalierato Cistercense: tra Storia e Leggenda (Beltrupress, 2026), emerge una particolare interpretazione della storia seborghina e, soprattutto, della questione della successione dopo la scomparsa di Principe Giorgio I di Seborga, al secolo Giorgio Carbone.

Giorgio Carbone Principe di Seborga e Priore Generale del V.O.S.S.

Il punto centrale di questa lettura non riguarda soltanto la persona chiamata a succedere a Giorgio I, ma investe una questione assai più profonda: quale sia la natura originaria del Principato di Seborga e quale istituzione possa legittimamente rivendicarne la continuità spirituale e cavalleresca.

Secondo la ricostruzione proposta dal Beltrutti e fatta propria da tutto l’ordine dei Cavalieri Bianchi, le vicende successive alla morte di Giorgio I non possono essere comprese limitandosi alla dimensione politica e folkloristica del moderno Principato. Occorre invece risalire alla sua più antica tradizione abbaziale e al patrimonio spirituale e cavalleresco che Giorgio Carbone aveva cercato di riportare alla luce. Le argomentazioni possono essere ricondotte a quattro punti fondamentali.

  1. Beltrutti di San Biagio e i manoscritti di Giorgio Carbone

Beltrutti di San Biagio ha più volte precisato che alcune sue pubblicazioni costituiscono l’edizione, la trascrizione e il commento di manoscritti e materiali ricevuti direttamente da Giorgio Carbone. Questi li aveva affidati a lui nella sua duplice veste di Principe di Seborga e di comandante del Venerabilis Ordo Sancti Sepulchri.

Questo elemento assume particolare importanza perché consente di distinguere la volontà dello stesso Giorgio Carbone. I libri ci permettono di recuperare e valorizzare l’antica identità storica e spirituale di Seborga dalla successiva interpretazione degli avvenimenti. Carbone non intendeva, secondo questa lettura, ridurre Seborga a una semplice attrazione turistica.

La sua attività fu accompagnata da una costante ricerca storica e dalla volontà di recuperare simboli, tradizioni e istituzioni che egli riteneva appartenessero all’antico patrimonio seborghino. La sua biografia ufficiale ricorda del resto come egli avesse dedicato gran parte della propria attività alla ricerca sulla storia di Seborga e alla raccolta di documenti.

Diego Beltrutti di san Biagio, Priore Generale dell’Ordine e Principe a fare tempo dal 23 aprile del 2020

È proprio su questo punto che il Beltrutti individua una frattura successiva. La trasformazione del Principato in una struttura fondata sull’elezione popolare avrebbe rappresentato, secondo questa interpretazione, una scelta contingente e funzionale alla rivendicazione politica dell’indipendenza, ma non necessariamente coerente con la più antica natura abbaziale e cavalleresca di Seborga. La questione, pertanto, non sarebbe semplicemente quella di stabilire chi sia stato eletto dopo Giorgio I, ma di comprendere se l’elezione popolare costituisca realmente una continuazione della tradizione storica che Giorgio Carbone aveva inteso restaurare.

Secondo la prospettiva del Beltrutti, l’eredità spirituale e cavalleresca di Giorgio I deve essere ricercata principalmente nell’Ordine da lui stesso rivitalizzato e nella tradizione che esso rappresenta, piuttosto che in una trasformazione del Principato in una struttura essenzialmente elettorale.

  1. Il problema della sovranità popolare nel contesto dell’antico Principato abbaziale

La seconda questione riguarda la natura stessa dell’antico governo di Seborga. La documentazione storica attesta il rapporto tra Seborga e l’Abbazia di Sant’Onorato di Lerino fin dalla donazione tradizionalmente datata al 954 e documentata, nelle sue conseguenze, anche da fonti successive. Gli abati esercitarono prerogative temporali sul territorio e Seborga ebbe una propria organizzazione amministrativa, con podestà, consoli e altri ufficiali.

È quindi corretto affermare che l’antico ordinamento di Seborga non era fondato sul principio moderno della sovranità popolare.

Naturalmente, da questa constatazione storica non deriva automaticamente un giudizio giuridico sull’ordinamento contemporaneo. Il punto sostenuto dal Beltrutti è piuttosto di natura storico-dottrinale: se si pretende di restaurare la continuità dell’antico Principato, non sarebbe coerente attribuire al popolo contemporaneo un potere sovrano che, nell’ordinamento feudale originario, apparteneva al titolare della signoria abbaziale. In questa prospettiva, l’elezione popolare del Principe non rappresenterebbe la continuazione dell’antico sistema, ma la creazione di un nuovo modello istituzionale. Si tratta di una distinzione fondamentale. Non si tratta infatti di negare l’esistenza delle elezioni moderne o il loro significato nella storia contemporanea di Seborga; si tratta di stabilire se esse possano essere considerate, sul piano storico-dottrinale, la prosecuzione dell’antica successione del Principato.

  1. Il ruolo dell’Ordine e la continuità cavalleresca

È a questo punto che assume particolare rilievo il ruolo attribuito da Beltrutti al Venerabilis Ordo Sancti Sepulchri. Nella sua interpretazione, qualora venga meno la figura dell’antico Principe-Abate, la tradizione spirituale e cavalleresca non può essere considerata automaticamente estinta. Essa può invece sopravvivere attraverso l’istituzione cavalleresca che ne custodisce la memoria, i valori e la tradizione.

Il ruolo attribuito ai Cavalieri Bianchi non sarebbe pertanto quello di sostituire semplicemente un’autorità politica con un’altra, né quello di costituire una monarchia personale. Si tratterebbe piuttosto di una funzione di custodia della tradizione, nella quale l’autorità del Priore Generale viene concepita come responsabilità spirituale e cavalleresca, e non come esercizio arbitrario di un potere assoluto.

Questa impostazione consente anche di comprendere meglio la posizione di Beltrutti e di tutto il Capitolo cavalleresco. La questione non è soltanto chi debba portare una corona o assumere il titolo di Principe, ma chi abbia conservato la continuità della tradizione spirituale e cavalleresca che Giorgio Carbone aveva cercato di riportare in primo piano.

  1. La cavalleria come vocazione e non come folklore

Il quarto elemento della ricostruzione riguarda la concezione stessa della cavalleria. Negli scritti di Beltrutti la figura del cavaliere non viene presentata come un semplice elemento scenografico, né come un titolo onorifico destinato ad accompagnare manifestazioni turistiche. Al contrario, la cavalleria viene ricondotta alla sua dimensione originaria di servizio, disciplina, fedeltà, responsabilità morale e difesa della fede cristiana.

In questa prospettiva assume particolare rilievo il pensiero di San Bernardo di Chiaravalle, soprattutto per quanto riguarda la concezione della cavalleria cristiana elaborata nel De laude novae militiae ad Milites Templi. Il mantello, la spada, le insegne e le cerimonie acquistano così significato soltanto quando rappresentano una realtà interiore e una precisa responsabilità morale.

Da questo punto di vista, il Beltrutti contrappone implicitamente due concezioni molto diverse della cavalleria: da una parte la cavalleria intesa come tradizione spirituale e disciplina personale; dall’altra una rappresentazione puramente esteriore, utilizzata come elemento folkloristico o promozionale. La differenza non è dunque nell’uso del simbolo, ma nel significato che al simbolo viene attribuito.

5. Una frattura non soltanto politica

Alla luce di queste considerazioni, la contrapposizione che si è sviluppata intorno a Seborga può essere letta in termini più profondi di una semplice disputa politica. Da una parte vi è una concezione moderna del Principato, fondata sulla partecipazione popolare, sulle elezioni e sulla rappresentanza dei cittadini.

Dall’altra vi è una concezione storico-spirituale che ricerca la continuità nell’antico Principato abbaziale, nella tradizione cavalleresca e nell’Ordine che, secondo questa interpretazione, ne avrebbe conservato l’eredità spirituale.

La questione fondamentale diventa quindi questa: l’elezione popolare del Principe rappresenta la continuità dell’antico Principato oppure costituisce una nuova forma istituzionale costruita in epoca contemporanea sulla memoria dell’antica Seborga?

È questo, in ultima analisi, il nodo della ricostruzione proposta da Beltrutti di San Biagio. La sua tesi non pretende semplicemente di stabilire chi abbia vinto una successione politica. Essa propone una domanda più radicale: che cosa debba essere considerato realmente “Seborga” quando si parla di continuità storica, spirituale e cavalleresca? Ed è proprio su questo terreno che la documentazione lasciata da Giorgio Carbone, i suoi scritti e i materiali da lui affidati a Beltrutti assumono un particolare significato.

Più che una semplice disputa sulla successione, si tratterebbe dunque di una diversa interpretazione della natura stessa del Principato e della sua eredità.